Amare come una madre

 

Amare come una madre è cedere la parte più alta della fetta di cocomero.

Saper farsi da parte.

Pur essendoci sempre.

Esserci in modo silenzioso, in modo rumoroso, comunque esserci.

E’ scegliere le parole giuste per dire qualcosa.

E’ scegliere consapevolmente quelle sbagliate, e poi sentirsi una pessima madre.

E’ minacciare di non comprare mai più un regalo, e 5 minuti dopo trovarsi a fissare una vetrina pensando a quanto gli piacerebbe quel gioco.

E’ pensare a lui ogni volta che vedi un parco giochi

E’ costruire legami, giorno dopo giorno

E’ desiderare silenzio come mai nella vita

Ma iniziare a sentire il vuoto quando questo silenzio si protrae troppo a lungo

E’ non ricordarsi come era la tua vita prima

E’ chiedersi cosa ne facessi di tutto quel tempo a disposizione (e di come diavolo facevi a lamentarti di non averne abbastanza)

E’ spingere all’indipendenza, ma poi rimanerci male quando non ti senti necessaria

E’ mettersi alla prova

E’ mettersi in discussione

E’ sapere tutto, e non sapere niente

E’ perdere la pazienza. E le staffe.

E’ sorridere anche quando non ne hai voglia

O ascoltare racconti senza né capo né coda, fingendo di capirci qualcosa.

E’ ‘Sei grande abbastanza per farlo da solo’

Ma anche ‘Sei troppo piccolo per farlo da solo’

E’ minacce

E’ promesse

E’ paure così grandi che non hanno un nome

E’ amore. Amare come una madre è, essenzialmente, amore.

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True story: vestirsi a cipolla

E’ ufficialmente iniziata la stagione della cipolla.

No, non del mangiarla, ma del noto ‘vestirsi a cipolla’.

Quante volte durante la mia infanzia mi sono sentita raccomandare dai miei genitori: ‘Mi raccomando! Vestiti a cipolla!’.

All’epoca sbuffavo, ma ho capito negli anni che è un’ottima tecnica di sopravvivenza a patto che si sappia comporre gli strati con la stessa maestria che usa un pasticcere nel creare una Rainbow Cake.

Quando poi hai dei figli sotto gli 8/10 anni, diventa vitale vestire loro a cipolla.

E’ iniziata la stagione che – se bagli uno strato – sei fregata.

Visualizza la scena: sei al parchetto, c’è un sole fantastico, perché è quel periodo dell’anno nel quale stare sotto i raggi non fa l’effetto sauna 40 gradi ma, al contrario, ti fa sentire coccolata e immersa nel tepore.

Tuo figlio (ca va sans dire) sta correndo come un dannato e ovviamente ti chiede di togliere la giacca.

Sotto ha la maglia e la felpa.

Quale felpa? Spero per te non troppo pesante, o ti chiederà di togliere anche quella.

E quando finalmente si scarica la pila (o quantomeno rallenta) ecco che te lo trovi in un bagno di sudore.

Nel frattempo sì è alzata l’arietta.

Ma occhio, non è quell’arietta estiva che si alza verso sera e che, personalmente, penso sia una delle ragioni per cui vale la pena vivere.

No. E’ l’arietta infida, freddina, accompagnata da una botta d’umido che ti penetra nelle ossa.

E allora che fai? Rimettigli la giacca.

Spero per te che non sia troppo pesante, o protesterà (e suderà come un maiale).E la cuffia? Ma sì, ha i capelli fradici, gliela metto. Cavolo è troppo pesante! Nella fretta non avrai preso quella doppio strato di pile?

Questa è la stagione che se sbagli uno strato, il weekend stai a casa.

In mezzo ai fazzoletti, la tachipirina e l’aerosol.

E la cipolla a quel punto la tagli per fare il sugo della pasta, e puoi giurarci che mentre separerai gli strati, ti guarderà sogghignando.

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Con questo articolo partecipo al concorso #unblogalmese del mese di marzo 2019 indetto dal blog Trippando
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