Diversità o Unicità?

– Esaltare l’unicità di ogni bambino –

Ti racconto questa storia. 

Una bambina di 3 anni va al suo primo giorno di scuola. Siamo in un paese, i bimbi non sono tanti.

Arriva felice con il grembiulino nuovo di zecca e si mette vicino alle altre compagne, ma ci sono 3 bambine che le chiedono di tirarlo su per far vedere loro cosa indossa sotto.

In particolare, vogliono controllare se sotto c’è o non c’è quel determinato abbigliamento, che secondo le 3 coetanee è quello ‘giusto’ da indossare.

Questo succede tutte le mattine per una settimana, provocando molto disagio nella bimba, che deve dimostrare che i suoi indumenti sono all’altezza delle aspettative.

Finché la sua mamma, sconcertata, decide di spostarla nella materna del paese a fianco. 

Sembra surreale dover subire pressioni sull’omologazione a 3 anni vero? Eppure, è una storia vera. Vera.

Per quanto mi riguarda, lotterò sempre per affermare l’unicità delle persone: certo, a volte siamo molto distanti, molto diverse, ma penso che finché ognuno è rispettoso delle opinioni e dello stile di vita altrui, non ci sia motivo per alzare barriere mentali e parametri ‘giusti’ o ‘sbagliati’.  

Questo è un valore che voglio passare ai miei figli con tutte le forze.

Mi rendo conto che ci sono età nelle quali il bisogno di essere approvati dal branco può spingere a voler diventare la copia della copia, ma confido che crescendo, si ricordino sempre chi sono e cosa vogliono VERAMENTE. 

Per quanto riguarda gli adulti, azzardo ad aggiungere che questo bisogno di acquistare compulsivamente cose, serva a non guardare in faccia uno stile di vita che in qualche modo non ci soddisfa, che non ci appartiene. Proprio perché, se siamo immersi fin da piccoli in un ambiente che non promuove l’unicità dell’individuo, faticheremo a far emergere la nostra, anche se magari non lo realizzeremo per tanto tempo.

Tra gli incontri belli di questa quarantena, c’è stato quello con Alessandra Mura – artigiana e donna estremamente interessante – che vive nella meravigliosa campagna sarda.

Tra una chiacchiera e l’altra, è venuto fuori proprio il discorso sull’espressione della propria unicità, e ho scoperto che Alessandra lo promuove attraverso le sue illustrazioni.

“Credo che l’unicità e le differenze siano un valore aggiunto. Che ognuno di noi sia in qualche modo speciale proprio perché unico.

I personaggi delle mie illustrazioni hanno un progetto ambizioso: la speranza che ogni bambina o bambino si possa riconoscere in loro e sorridere, con la consapevolezza che si può andare oltre stereotipi e pregiudizi, come il rosa per le femmine e il celeste per i maschi, tanto per dirne uno.

Questa ‘filosofia’ non è studiata a tavolino, ma è cresciuta insieme al mio lavoro; Infatti, più frequentavo genitori e bambini durante i laboratori, più mi rendevo conto che si tende troppo spesso a far omologare gusti e desideri, tralasciando quelle che sono le tendenze del singolo e assecondando il “Ce l’hanno tutti, lo voglio anche io”.

Penso che in questo modo passi un messaggio completamente sbagliato sul valore delle peculiarità individuali, che dovrebbero essere accettate e rispettate. 

Ecco allora le mie proposte di creazioni illustrate personalizzate a seconda dei gusti e desideri di ogni bambino, idee regalo uniche, per cui bisogna spendere un po’ di tempo (io a realizzarle e il cliente a sceglierle) e che esulano da tutto ciò che è di moda o commerciale. Niente Elsa o Batman, per intenderci.

Ci sono poi alcuni personaggi che creo io stessa, e che portano con sé messaggi contro stereotipi e pregiudizi”.

Del suo laboratorio virtuale ‘La bottega della Strega’ mi hanno colpito in particolare 2 soggetti: il ‘Dino a rotelle‘ e le ‘Ballerine cicciotte‘.

Il primo è un dinosauro con le ruote al posto delle gambe – che vuole rappresentare un personaggio sulla sedia rotelle – le seconde sono bimbe ballerine con corpi rotondetti (qui l’esperienza che ha ispirato le ballerine).

personaggio disabile per bambini

Dino a rotelle

Il punto è che sarebbe bello che TUTTI i bambini potessero riconoscersi nei personaggi che trovano sugli schermi o nei gadget. Anche le bambine che fanno danza e non sono esili, anche i bambini che non possono camminare, e tutte le variabili che fanno delle persone soggetti unici.

Come sempre, è il genitore che per primo deve dare l’esempio.

Penso che se smettessimo di focalizzarci sugli stereotipi, sostituendo il concetto di diversità con quello di unicità, avremmo bambini e poi adulti molto più felici.

contro stereotipi bambini

Vecchia normalità. Nuova normalità.

Io la guerra non l’ho mai vissuta.

Non so cosa si provi quando il solo camminare per strada mette a rischio la tua vita. Quando nemmeno ‘casa’ è un luogo sicuro, a causa delle bombe.

Non so cosa provino i soldati al fronte.

Leggere gli orrrori non è come viverli sulla propria pelle. Nè vedere certi film/documentari ti rende davvero consapevole.

Per altro, negli ultimi anni ho ridotto drasticamente gli stimoli che mi spaccano il cuore in due, che da quando sono diventata mamma la prima volta, sto ancora cercando di capire come lasciare entrare l’orrore nella mia vita, anche solo attraverso lo schermo della tv.

Posso solo parlare di questa guerra qui, quella della pandemia fantasma.

Sia chiaro, è fantasma per me ma per altri no.

Chi lavora in ospedale ad esempio, o chi si è trovato con familiari ammalati (o ammalato lui stesso), ha sicuramente un vissuto differente.

Ecco, nel mio caso (grazie al cielo) è un fantasma: sono le notizie discordanti e quasi sempre negative che leggo ogni mattina, sono i racconti dell’amico dell’amico, sono le paure, schierate proprio davanti a me, anche se cerco di non lasciare loro più spazio del dovuto.

Ma pur imponendomi di mantenere il controllo, che la vita è un dono e abbiamo il dovere di continuare a viverla al meglio delle nostre possibilità, devo ancora scendere a patti con questa ‘nuova normalità’.

La cosa subdola è che non te ne rendi conto subito che la normalità è cambiata.

Cioè, per un periodo te ne stai tra le tue 4 mura aspettando un ritorno alla vita di prima. Poi, una mattina ti alzi e capisci che non c’è nessun ritorno. Che forse ci sarà molto più avanti. E che in ogni caso la coda del virus è molto ma molto più lunga di quanto pensassi.

E allora cominci a capire che gli amici, quelli che prima potevi vedere e abbracciare, non è dato sapere quando li rivedrai. Quando sarà il prossimo sabato sera tutti insieme? Quando avró di nuovo la casa piena di bambini che urlano e mettono in disordine?

Soprattutto, quando potró riabbracciare qualcuno o anche solo parlare a pochi cm di distanza?

E uscire là fuori dà una strana sensazione, sembra di trovarsi in un film bizzarro a metà tra l’americanata e le comiche all’italiana.

Quella mascherina che si muove e fa sudare la faccia.

Gli sguardi di soldarietà.

Il negoziante impacciato che deve darti il resto.

Ci si guarda intorno un po’ spaesati, con la consapevolezza che il nemico non si vede, non si sente, ma è in mezzo a noi e ci tiene lontani… Fino a data da destinarsi.

Voglio comunque chiudere questa riflessione piena di emozioni impiastricciate, con la mia modesta ricetta di sopravvivenza, nel caso voglia cucinarla anche tu: premetto, non serve il lievito di birra.

La mia ricetta si chiama gratitudine: sono grata semplicemente per ogni cosa che mi fa battere il cuore durante la giornata, che ce n’è sempre qualcuna anche nelle giornate più nere. E sono grata di essere viva, cosa che non do più per scontata da tanto tempo, e di amare, e di essere amata.

E trovare ancora il lato buffo delle situazioni…

Come che la mascherina distoglie lo sguardo dal mio taglio di melma, ad esempio.

affetto