Non siamo tutti uguali, e meno male

Alla maturità presi 90/100, alla laurea 100/110.

Non sono mai stata una che aveva il massimo, ma soprattutto, non ho mai puntato ad averlo. A dire il vero, ho sempre nutrito una grande simpatia per il numero 2. 

Il numero 2 non si è smazzato quanto l’1 ma ha comunque ottenuto soddisfazione e complimenti.

Alla maturità presi 90/100, alla laurea 100/110.

Non sono mai stata una che aveva il massimo, ma soprattutto, non ho mai puntato ad averlo. A dire il vero, ho sempre nutrito una grande simpatia per il numero 2.

Il numero 2 non si è smazzato quanto l’1 ma ha comunque ottenuto soddisfazione e complimenti.

Il numero 2 non è il capo, da lui non dipendono le sorti del lavoro, ma è comunque abbastanza in alto da avere potere decisionale.

Il numero 2, nella mia mente, si gode la vita.

E anche poco tempo fa mi sono ritrovata a fare considerazioni con marito sulle nostre differenze: lui, con una viscerale mentalità imprenditoriale, e io che mi sono sempre trovata alla grande nel ruolo di seconda.

Cosa implica questo ruolo nel concreto? Avere un lavoro che ti piace e ti soddisfa, ma non che ti prende tutta la giornata (dopotutto, non sei un 1). Avere un buon stipendio, ma non da far girare la testa (sennò devi farti il mazzo come l’1!). Essere una buona madre, ma non fingere di farlo in maniera impeccabile. Avere una casa ordinata, ma che volte è un vero casino. Avere unghie, piega, corpo piuttosto in ordine, ma c’è il giorno che esci di casa con le unghie delle mani inguardabili. Lavorare, contribuire alla cura della casa, crescere la prole MA avere sempre una scorta di tempo libero insindacabile per me stessa.

Se la nostra società fosse più incline a spingere la libera INDIVIDUALE espressione, forse lo avrei capito prima che la vita che volevo era da 2. E non avrei lottato per cose che in fondo nemmeno desideravo, né avrei perso tempo a sentirmi inadeguata verso determinati standard, né tantomeno mi sarei sentita in dovere di giustificare le mie preferenze.

Questo per dire di pensare bene a che numero volete essere, a che persona volete essere. Perché anche se a parole suona sempre facile, non è invece così facile far uscire la propria voce, costruirsi una vita che sia davvero su misura.

Perché se è vero che tutti dobbiamo anche fare cose che non ci piacciono, non è vero che non ci siano cose che possiamo eliminare, aggiustare, fare e rifare da capo.

Io penso si debba lasciare alla porta questo senso di ineluttabilità che ci fa credere che si debba vivere una vita lineare e coerente con se stessa. Semmai la coerenza dovrebbe averla con la nostra essenza, che è quella parte di noi che se ne frega dei giudizi e che sa benissimo quello che vuole ADESSO.

Perché domani magari avrà cambiato idea.

Anzi, speriamo che l’abbia cambiata, perché sennò vuol dire che non ha vissuto davvero.

Un piccolo post per incoraggiarvi (e incoraggiarmi) a non vergognarvi di quello che vi fa stare bene.

Perché siete le uniche persone con le quali dovrete convivere finchè morte non vi separi.

freedom

True story: vestirsi a cipolla

E poi dicono che non esistono più le mezze stagioni!

E’ ufficialmente iniziata la stagione della cipolla.

No, non del mangiarla, ma del noto ‘vestirsi a cipolla’.

Quante volte durante la mia infanzia mi sono sentita raccomandare dai miei genitori: ‘Mi raccomando! Vestiti a cipolla!’.

All’epoca sbuffavo, ma ho capito negli anni che è un’ottima tecnica di sopravvivenza a patto che si sappia comporre gli strati con la stessa maestria che usa un pasticcere nel creare una Rainbow Cake.

Quando poi hai dei figli sotto gli 8/10 anni, diventa vitale vestire loro a cipolla.

E’ iniziata la stagione che – se bagli uno strato – sei fregata.

Visualizza la scena: sei al parchetto, c’è un sole fantastico, perché è quel periodo dell’anno nel quale stare sotto i raggi non fa l’effetto sauna 40 gradi ma, al contrario, ti fa sentire coccolata e immersa nel tepore.

Tuo figlio (ca va sans dire) sta correndo come un dannato e ovviamente ti chiede di togliere la giacca.

Sotto ha la maglia e la felpa.

Quale felpa? Spero per te non troppo pesante, o ti chiederà di togliere anche quella.

E quando finalmente si scarica la pila (o quantomeno rallenta) ecco che te lo trovi in un bagno di sudore.

Nel frattempo sì è alzata l’arietta.

Ma occhio, non è quell’arietta estiva che si alza verso sera e che, personalmente, penso sia una delle ragioni per cui vale la pena vivere.

No. E’ l’arietta infida, freddina, accompagnata da una botta d’umido che ti penetra nelle ossa.

E allora che fai? Rimettigli la giacca.

Spero per te che non sia troppo pesante, o protesterà (e suderà come un maiale).E la cuffia? Ma sì, ha i capelli fradici, gliela metto. Cavolo è troppo pesante! Nella fretta non avrai preso quella doppio strato di pile?

Questa è la stagione che se sbagli uno strato, il weekend stai a casa.

In mezzo ai fazzoletti, la tachipirina e l’aerosol.

E la cipolla a quel punto la tagli per fare il sugo della pasta, e puoi giurarci che mentre separerai gli strati, ti guarderà sogghignando.

vestirsi-a-cipolla

Con questo articolo partecipo al concorso #unblogalmese del mese di marzo 2019 indetto dal blog Trippando